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Musica

Stasera prende così

Da un paio d’ore mi dico di voler andare a letto.
Non lo faccio.
Sto al pc a sentire musica e guardare video, riflettendo su come potrebbe stare un coniglio tatuato sul lato sinistro della mia cassa toracica, tra gomito e spalla.
Rido molto, rifletto e mi crogiolo in quello stato di malinconia che ogni tanto mi prende.
Un po’ me ne vergogno, solo un poco e forse per molti non abbastanza.
Non mi importa.
In serate come questa tutto ha un peso relativo.
Cazzo.
La miglior band di sempre.
E se mi incidessi sul serio?

Impossibile tacere

In questi giorni di silenzio sono accadute molte cose di cui avrebbe senso parlare.
Ferrara, Ruini e Bondi, protagonisti del celebre film di Sergio Leone “Il Brutto, Il cattivo e… il brutto l’ho già detto?”, stanno sollevando un polverone riguardo alla Moratoria sull’Aborto. Non avendo la televisione in casa mi sono perso [credo] accesi dibattiti televisivi ricolmi di nulla e probabilmente sono arrivato sul pezzo con un filo di ritardo, tuttavia grazie a Repubblica.it ho potuto farmi un’idea della questione.
Ora so, ad esempio, che il Papa è dalla loro.
Nessuna sorpresa.
So anche che la Binetti è dalla loro.
Della Binetti io non so nulla, a parte il fatto che è una Senatrice del “centrosinistra” e che quindi è lì a rappresentarmi.
Ho solo visto questa foto. Ho riso delle ore e ho capito che Livia Turco, che stimo ogni secondo di più, ha subito utilizzato il giusto approccio alla questione. Il suo commento: “Sì al dibattito, ma la legge non si tocca!”.
Parafrasando: dite un po’ quel cazzo che vi pare, tanto son parole al vento perchè non ho minimamente intenzione di perder tempo con voi e le vostre stronzate.
Mi sento già più rappresentato.
Prevedo un imminente mobilitazione di piazza.
Potrebbe chiamrssi feto day e potrebbe portare alla discesa in campo dei migliaia di embrioni congelati che la legge 40 costringe nei freezer al grido di “ricerca=morte, ibernazione=spasso”.
Se lo indicono ci vado.
Alla fine se Berlusconi, Fini, Casini, Formigoni e gli altri possono andare al Family Day, non vedo perchè io non possa stare in piazza a gridare: “Ricercatori criminali giù le mani dalle staminali!”.
Spero sia di Domenica, perchè altrimenti devo lavorare.
Cambiando discorso, ma restando nell’ambito dell’attualità politica, sto seguendo le primarie U.S.A. con discreto interesse. Mi sto illudendo che questa volta i candidati di Repubblicani e Democratici (quali che siano alla fine) possano essere persone con idee e programmi differenti.
Mi schiero subito: io tifo Obama.
Il motivo principale è che non vedo l’ora di leggere le milioni di vignette tipo “Obama vs. Osama” che lo vedrebbero protagonista in caso di elezione alla Casa Bianca. In secondo luogo credo che gli americani si meritino un presidente nero e mussulmano molto più di quanto il povero nero mussulmano si meriti come popolo gli americani. Infine, mi pare sia giovane, capace e abbastanza motivato a cambiare le cose. Stiamo in fin dei conti parlando di una persona che dopo il primo, secondo molti non indicativo successo nell’Iowa ha dichiarato: “Il tempo del cambiamento è arrivato: sarò il presidente che riporterà a casa i soldati dall’Iraq, che garantirà la sanità a tutti gli americani e metterà fine ai regali fiscali alle grandi multinazionali”.
Ok, non vincerà mai.
Però è bello sperare che ce la faccia, che mantenga la parola e che, soprattutto, non gli sparino durante qualche parata.
Ok, direi di chiudere con le notizie frivole e passare alla vera patata bollente.
Ciò riguardo cui è impossibile tacere.
La rivoluzione.
I Finley saranno tra i Big a S.Remo.
Questo evento è storico ed io l’avevo predetto in tempi non sospetti, quando uscì “Tutto è possibile” (il singolo), nessuno ancora li conosceva ed io scoprii che erano nelle mani di Cecchetto. Allora dissi: “Tempo un paio d’anni e vanno a S.Remo”. Ce ne hanno messi tre, ma mi reputo soddisfatto.
Musicalmente parlando non ho una posizioneriguardo ai Finley. Non li ascolto, ma non mi irritano. Diciamo che all’interno del festival di S.Remo probabilmente la loro canzone sarà quella che mi piacerà di più, ma per ovvi motivi di concorrenza inesistente. Per i gusti musicali che ho avessi 10 anni di meno magari mi piacerebbero pure. Cantassero in inglese magari di anni indietro ne basterebbero 5, non essendo costretto a comprendere i testi.
Chissà.
Comunque sia spero vincano perchè mi stanno simpatici.
E perchè per la prima volta arriva sul palco dell’Ariston qualcosa le cui radici, per quanto lontane, non sono così diverse dalle mie.
Il mio sogno perverso però rimane un’edizione di S.Remo vinta dai Derozer.
E presentata dal Paletta.

Ciò che il 2007 è stato

E’ giunto il momento di tirare due somme riguardo quanto è accaduto in questi dodici mesi. Ovviamente la valutazione esula da ciò che è stata la mia vita, basandosi unicamente su quanto ho visto/sentito/letto da gennaio a questa parte.
Le classifiche, insomma, quelle che ogni buon blogger alla fine di un anno deve per forza di cose stilare.
Io sono un buon blogger.
Ecco i verdetti.

Migliori 3 dischi:
1 – Biffy Clyro – Puzzle
2 – The Used – Lies for the Liars
3 – Darkest Hour – Deliver Us

Peggiori 3 dischi:
1 – The Ataris – Welcome the Night
2 – Nofx – They’ve Actually Gotten Worse Live
3 – Mae – Singularity

Migliori 3 concerti:
1 – GAMBEdiBURRO @ bloom Mezzago
2 – Brand New @ Rainbow Club Milano
3 – Funeral for a Friend @ Musicdrome Milano exequo Enter Shikari @ Rainbow Club Milano

Peggiori 3 Concerti:
1 – Rise Against @ Rainbow Club Milano
2 – Turbonegro @ Idroscalo Rock Milano
3 – The Used @ Estragon Bologna

Rivelazione dell’anno:
Canadians

Scoperta dell’anno:
Fabrizio Coppola

Ritorno dell’anno:
Murder, We Wrote

Non si vive però di sola musica, quindi ecco anche qualche nota di merito/demerito riguardo altri campi dell’intrattenimento.

Miglior libro:
Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco – R.R. Martin

Peggior Libro:
La Casta – S. Rizzo e G.A. Stella

Migliori 3 film:
1 – Die Hard 4 – Vivere o morire
2 – 300
3 – Transformer

Peggiori 3 film:
1 – Shrek III
2 – I Pirati dei Caraibi – Ai Confini del Mondo
3 – Harsh Times

Miglior Serie TV:
Dr. House – Medical Division

Peggior serie TV:
Grey’s Anatomy

Fake metal

Ok, è da Domenica che non do notizie di me e questo non è bello.
Però è anche vero che è da Domenica che vivo da solo e questa è la principale motivazione per il mio assenteismo.
Troppa roba da fare e troppo poco tempo, come al solito nella mia vita, e questo non può non avere ripercussione sulla mia attività di blogger.
Sta sera però, nonostante il sonno devastante, ho deciso di farmi forza e buttare giù qualche frase. All’inizio volevo scrivere qualcosa riguardo il mio nuovo lifestyle, tuttavia la mia condizione è stata testata ancora troppo poco perchè possa sbilanciarmi in un giudizio.
Certo che se fossi stato ancora dai miei l’essere uscito per la prima sera in questa settimana non avrebbe compromesso l’avere un pranzo domani a mezzogiorno, tuttavia trattasi di mere questioni organizzative che troppo poco pesano sulla valutazione della singletudine.
Volendo però scrivere qualcosa in questo post torno sulla mia serata in società.
Sono andato al Rainbow a sentire Atreyu e Still Remains.
Una bella serata fake metal insomma.
I secondi non li avevo mai nè visti nè sentiti e mi hanno fatto una bella impressione. Roba che difficilmente ascolterei su disco, che però dal vivo ha reso parecchio. Trattasi di tamarri, nè più nè meno, che però hanno dimostrato di saper tenere palco e pubblico in modo più che decoroso.
Poi a me i tamarri piacciono sempre.
Insomma, decisamente pollice alto.
Per gli Atreyu la definizione di tamarri è invece riduttiva.
Preparazione del palco e check che nemmeno i Metallica (per citare un gruppo che non ho mai visto live, ma che è noto essere abbastanza cagacazzo), scenografia raccapricciante e tempistiche iperdilatate sono troppo da sopportare per un gruppo che ha all’attivo quattro dischi di cui almeno tre identici tra loro.
Questo mi ha indisposto non poco.
Il set però è stato abbastanza divertente, per quanto conoscessi credo 4 soli pezzi di tutta la scaletta e persino questi siano stati suonati in maniera irriconoscibile. Il check faraonico non ha aiutato molto i suoni e questo, col senno del Poi, lo rende ancor più irritante. Il gruppo però intrattiene bene la folla, forse per via del fatto che tre dei cinque siano di una bruttezza leggendaria o forse per il fatto che tre dei cinque siano degli zarri da autoscontro durante la festa del paese.
Più probabilmente perchè il cantante possiede un oggetto magico arcano noto come “la canotta della virilità” che quando indossata rende il proprietario un figo d’altri tempi, ma una volta tolta lo trasforma nel peggiore dei ricchioni. C’è da dire che con il fisico sfoderato dal frontman e vista l’esigenza di mostrare i moltissimi tatuaggi, è comprensibile che questa sia durata indosso giusto due o tre pezzi.
In sostanza la serata è stata divertente seppur non abbia certo visto suonare gruppi le cui performance resteranno scolpite nella memoria. La Bri mi ha pure fatto una foto insieme al migliore degli atreyu, il bassista, che ha regalato veramente un gran live. Avrei voluto postarla, ma ho sonno e non ho voglia/tempo di ritoccarla per cancellare la mia faccia.
In quella foto oltretutto indosso la maglietta della futura ricchezza ed i tempi non sono ancora maturi perchè io la mostri.
Ora vado a nanna.

Manq, per te l’avventura DIMET…

…continua!
Prova scritta dell’esame di dottorato passata.
Giovedì sarà il momento dell’orale, il momento in cui tutto può essere riscritto da raccomandazioni e spintarelle del caso.
L’altro giorno, dopo lo scritto, parlando con il mio capo c’è stato un simpatico siparietto.
Capo: “Ma qualcuno in commissione sa che lavori qui da me?”
Manq: “Io non ho detto niente.”
Capo: “Beh, da curriculum dovrebbe vedersi.”
Manq: “In effetti sul curriculum è scritto.”
Capo: “Speriamo che vedendo questa cosa non ti gambizzino.”
Manq: “…”
Personalmente non faccio una malattia dell’entrare o meno in dottorato, mi piacerebbe ottenere il più possibile a livello di riconoscimenti dal lavoro che sto facendo, ma non è certo quella la molla che mi spinge a proseguire.
Insomma, vediamo un po’ cosa ne esce.
Ora, mentre l’idraulico si appresta a finire i lavori della mia casa, io mi appresto a partire per Bologna.
Stasera suonano gli Used e io non ho intenzione di perdermeli.
Questo si traduce come al solito in 400 chilometri di pura solitudine, immerso nei miei pensieri e imbottito di caffè come nemmeno un pocket cofee.
Se suonano Tragic Poetry piango.
Non credo ci sia pericolo.
Come sempre quando mi appresto ad una trasferta di questo tipo ho necessità di selezionare con cura la musica che mi accompagnerà.
Questo mi porta a poter riflettere sulla mia scaletta per il cofanetto. Faccio subito una precisazione: per me gli anni novanta sono andati dal maggio 1996 al maggio 2001 e sono stati anni ignoranti.
In rigoroso ordine di ascolto.

01 – The Offspring – Genocide
02 – Nofx – Release the hostage
03 – Derozer – No Surf!
04 – Millencolin – Lozin’ must
05 – Persiana Jones – Cosa pensi
06 – GAMBEdiBURRO – La ragazza che io amo
07 – The Ataris – I won’t spend another night alone
08 – No Use For a Name – Not your savior
09 – Blink 182 – Josie
10 – Strung Out – Gear Box
11 – Propagandhi – Middle finger response
12 – Fenix TX – All my fault
13 – Lagwagon – Alien 8
14 – Diesel Boy – Titty Twister
15 – Useless ID – Out of tune
16 – Murder, We Wrote – Look inside my heart

Rileggendola ho un solo aggettivo: settoriale.
Grazie ad Ale e Federico per aver partecipato.
Attendo The O, perennemente in ritardo, e Manowar, impegnato a far nascere il primogenito.
Ah, l’altra volta l’ho dimenticato, ma inserirei anche Fili tra gli autori del cofanetto.
Spero si produca in una bella lista.

Il cofanetto

Oggi Dietnam ha scritto un post geniale. Da una quindicina di giorni io sto lavorando alla stessa cosa sotto forma di una delle mie classiche “compilation”. Purtoppo non sto riuscendo a sfornare un prodotto che sia esattamente come l’ho in mente.
Il post del canadese però mi ha anche fatto pensare a come sarebbe bello chiedere a qualche personalità significativa di fare altrettanto.
Ne potrebbe uscire una sorta di cofanetto modello mediashopping.
Vabbè, buttiamola lì e vediamo cosa ne esce.
La richiesta è semplice: una quindicina di pezzi (più o meno, diciamo tra i dieci e i quindici) che raccontino gli anni novanta per come li si è vissuti. Possibilmente dando ad ogni gruppo/artista un unico spazio nella lista, così da aumentare la varietà.
Lascerò la mia tracklist per la fine.
Le persone che più mi incuriosisce coinvolgere in tutto questo sono quattro: Ale-Bu, Federico A.S., Manowar e The O.
Non è una cosa che costi particolare fatica e secondo me può essere divertente.
Credo che le cinque compilation potrebbero dare origine ad un cofanetto molto eterogeneo.
Ovviamente chiunque altro voglia cimentarsi nella cosa non verrà escluso, ma la mia curiosità è per le selezioni dei nominati.
Bene, vediamo se riesco a ricavarne qualcosa.
Chiudo con una notizia autocelebrativa: mi sono arrivati cucina e letto.
La mia cucina è bellissima.
E’ gialla.

Yippie ka yee motherfucker!

Vorrei scrivere qualcosa sugli Europe Music Awards.
Me li sono guardati dalla Bri e non posso che alzare le corna a Snoop Dog e ai Foo Fighters per la conduzione. Ottima. Ho scoperto che il gruppo che ha chiuso lo show sono i Bedwetters e che sono bielorussi. A me sono parsi la brutta copia di Enter Shikari, tuttavia la provenienza da una terra non certo nota per esportare musica un po’ li scagiona.
Spenderei ancora qualche riga per parlare dell’evento musicale di MTV, ma ieri ho preso un impegno ed intendo mantenerlo: parlare di “Die Hard – Vivere o Morire”.
Non sono bravo a commentare i film senza rivelare particolari indi da qui in avanti potrebbero esserci cosiddetti “spoilers”.
Non è un mio problema, io il film l’ho già visto.
E mi è piaciuto.
Devo subito ammettere che difficilmente avrei potuto trovare insoddisfacente un nuovo capitolo della vita di John McLain, sono un suo fan di lunghissima data e per questo assolutamente incapace di oggettività in merito. Se provo ad essere imparziale però mi viene da dire che era da tempo che in sala non si trovava un classico action movie americano come quelli dei bei tempi e che il nuovo Die Hard ha colmato appeno questa lacuna. La trama è la classica della serie: una banda iperorganizzata di pseudoterroristi combina un gran caos al fine di rubare dei soldi e John si ritrova per caso a dover rompere loro le uova nel paniere, riuscendoci. Sparatorie, inseguimenti, scazzottate e ancora sparatorie il tutto esasperato come deve essere in un film d’azione che possa definirsi tale. A dare quel qualcosa in più poi c’è il personaggio di Bruce Willis, da sempre caratterizzato, più che dai muscoli, dalla sferzante ironia. In quest’ultimo episodio John vede accentuata questa sua vena, quasi a fare un passo verso un altro mitico personaggio, il detective Joe Hallenbeck, che alla fine de “L’ultimo Boyscout” spiegava come “Non puoi semplicemente stendere qualcuno con un cazzotto in faccia, devi prima dire una battuta.”. Tirando due conclusioni, direi che aspettavo questo film almeno da dieci anni e che non mi ha per nulla deluso. Nemmeno quando John a bordo di un tir ha la meglio su un F35 che gli spara contro dei missili o quando con una macchina abbatte un elicottero o ancora quando si spara per ammazzare il cattivo alle sue spalle.
John McLain può tutto.
Mi sono gasato come un ragazzino.
Ora spero di procurarmi in fretta tutti e quattro i capitoli per organizzare una succulenta visione in sequenza nella mia nuova casa, se mai verrà pronta.
Maratona Die Hard.
Cazzo, sì.
Per concludere non posso esimermi dal classico discorso che si fa ogni qual volta si vede un film del genere e quindi butto lì la mia idea: secondo me, a Rambo, John McLain lo spezza.

Live reports don’t tell themselves

Mi sono visto proprio un bel concerto.
I Funeral for a Friend sta sera hanno fatto un grande show. Me li aspettavo precisi e puliti al punto di sembrare finti e mi aspettavo una prova discutibile da parte di Matt alla voce.
Così non è stato.
Il suono era effettivamente impeccabile ed i pezzi tutti suonati con una precisione spaventosa, ma la sensazione era di bravura più che di finzione. Anche la voce, tolti un paio di pezzi di rodaggio all’inizio, non si è certo risparmiata. La scaletta ha toccato tutta la produzione musicale della band, regalando anche la chicca di “10.45 Amsterdam Conversations” tratta da “Seven ways to scream out your name”. I pezzi nuovi in chiave live mi hanno convinto al 100%, ma è sicuramente sulla roba più datata che il concerto ha avuto i suoi picchi. Durante un siparietto volto ad elogiare il pubblico, ho anche appreso una roba abbastanza spiacevole: sembra che il menagement del gruppo abbia loro sconsigliato di fare tappa in Italia durante il tour europeo. Questa rivelazione aveva come scopo quello di dire che invece ci siamo rivelati un pubblico fantastico, tuttavia è abbastanza triste sapere che ci considerino un posto dove non è bello venire a suonare.
Per il bis hanno tenuto due pezzi enormi come “Streetcar” ed “Escape artists never die”. Sull’intro della prima, con il telefono che squilla, Matt ha anche accennato: “Milano, I just call to say I love you”, facendomi molto ridere. Chiudo la parte di post a loro dedicata con due cigliegine. La prima è che uno dei due chitarristi è ormai il sosia ciccione del cantante degli AFI, l’altra è che per la prima volta ho visto una tipa fare il segno del cuore con le mani ad un concerto. Quando me ne sono accorto ho sperato che Matt la vedesse, saltasse dal palco e la limonasse ferocemente.
Nel vedere tutto questo, avrei pianto.
Se la serata è stata molto piacevole gran parte del merito va anche ai Revolution Mother, il gruppo spalla. Trattasi di quattro bikers californiani usciti direttamente dagli anni ottanta e spinti da un’unica passione: l’hard rock. A vederli sembrano lo stereotipo degli harleysti ritratti nei telefilm americani di quell’epoca: bandane, giubbotti di jeans con sulla schiena il logo della banda, tatuaggi, barbone foltissime e tanta tanta attitudine. Che il loro sia un messaggio decisamente vintage è comprensibile al solo guardarli, ma per allontanare qualsiasi dubbio sfoderano una bella cover targata Black Flag, togliendo posto a qualsivoglia malinteso. Sentendoli suonare mi sono subito chiesto cosa ci facessero di spalla ad un gruppo come i Funeral for a Friend. La risposta mi è stata data poco dopo dal cantante della band.
“People ask us: “Why are Revolution Mother touring with Funeral for a Friend?”. Well there are not music categories. There are not music genres. There are only bad music and good music. We and Funeral for a friend play good fuckin’ music and we play it fucking loud!!”
Geniale.
Il loro show dura mezz’ora ed è puro spettacolo. Travolgenti da ogni punto di vista. Quando poi il chitarrista ha scavalcato le transenne per suonare un pezzo in mezzo al pubblico è stato il delirio. Tutti attorno a lui a corna alzate, sottoscritto compreso, in un momento di puro rock and roll!.
Al momento dei saluti si sono rammaricati di non potersi fermare a bere una birra con il pubblico, come loro consuetudine, per via delle serratissime date del tour. Se dovessero ricapitare in italia, non esiterei un secondo nel tornare a sentirli pur non apprezzando particolarmente il genere dal loro proposto.
Veri animali da palcoscenico.
Veri animali.
Chiudo, dopo aver ringraziato Carlo e la Sara per la compagnia, con l’unica nota negativa: il Musicdrome. Acustica buona, per carità, ma locale orribile e servizio sicurezza indisponente.

Riatribuzione

A volte mi sbaglio.
Non molto spesso, in realtà, tuttavia è capitato.
Questo post ne è la prova.
Già nello stenderlo però avevo il sentore di poter essere in errore ed infatti nella sua conclusione accennavo a questa possibilità.
Possibilità che oggi mi sento di convertire in realtà.
“Lies for the liars” batte “Tales don’t tell themeselves” e sradica dalle mani dei Funeral for a Friend l’agoniato premio Disco Mignotta 2007.
I motivi della vittoria sono essenzialemente due: “Earthquake” e “Hospital”, due pezzi più infettivi dell’ebola, capaci di insinuarsi in testa e non uscirne più.
Il fatto che mi ci sia voluto del tempo per apprezzare appieno il nuovo lavoro di Berth e soci è, credo, indice del fatto che questo disco, rispetto al contendente, è meno immediato e necessita di un metabolismo più lungo. Di per se questa cosa non è certo un punto a favore, sempre volendo giudicare la zoccolaggine del disco, ed è per questo che all’inizio non ero sicuro di questo avvicendamento in vetta alla classifica.
Poi però ho capito.
Non sono io il cliente cui questa meretrice punta.
Il cliente è quello che ascoltando la traccia “Wake the dead” dentro di se dice: “Fighi questi, sembrano i Fallout Boy!”.
Ebbene per far presa su queste persone non si poteva fare un disco più azzeccato. A mio modo di vedere però, gli Used di talento ne hanno un bel po’, e questo fa si che il disco risulti fruibile per tutti i tipi di orecchio, perchè ciascuno può trovarci qualcosa di buono. Insomma, se i Funeral for a Friend hanno centrato il bersaglio, gli Used hanno centrato la freccia dei colleghi, spaccandola a metà come da migliore tradizione cinematografica Robin Hood inerente.
Devo ammettere che vedere entrambe le band dal vivo nel giro di un mese mi stimola molto.

I heard they suck live!

E’ capitato che oggi alle 14.00 Ale-BU mi mandasse un messaggio recitante le seguenti parole: “Noi si va giù. Si paga. Siamo vecchi. 16.30 al Libra…”.
L’invito era per Idroscalo Rock 2007, concerto dalla line-up discutibile, dal prezzo esorbitante, ma che vede come headliners i Nofx.
I Nofx sono una delle migliori liveband che io abbia visto nella mia vita. A farmeli apprezzare non è tanto l’abilità tecnica, quanto l’indiscussa attitudine e la capacità di divertirmi. Sempre. Analizzando tutti i concerti loro che ho visto (ed iniziano ad essere veramente tanti) non è stata mai suonata la stessa scaletta. Ogni volta ci hanno messo qualche sorpresa, qualche pezzo inaspettato, qualche chicca.
Oggi mi hanno regalato “Reeko”.
Ai tempi era la mia canzone preferita.
Ho dato di matto.
Questa però non è stata l’unica perla. Hanno suonato “Scavenger type”, “The brews”, “Don’t call me white”, “What’s the matter with parents today?”, “Champs Elisèes”, “Eat the meek”, “Kill all the whitemen”, “Bob”, “Stright Edge”, “Leave it alone”, oltre a tutti i pezzi che non possono mancare, tipo “Linoleum”.
Insomma, gran concerto e grasse risate per tutte le classiche gags che sanno saputo come sempre regalare.
Del concerto meritano anche veloce menzione i Sick of it all, sempre all’altezza della situazione su un palco, e i Sottopressione, il cui set carico di emozione è stato veramente splendido. Io non posso definirmi un loro fan, ma sicuramente oggi mi hanno dato tanto. Citazione finale per i “The Locust”, gruppo assurdo. Realmente assurdo. Non credo potrei mai ascoltarli su disco, però dal vivo il loro batterista fa spavento. Mai visto nulla di nemmeno paragonabile. Non fosse stato per la precisione con cui suonavano e con cui si trovavano sugli stacchi, avremmo tutti giurato che suonassero a caso.
Incredibili.
Direi che è ora di andare a nanna.
Ringrazio Steps, Ale-BU, Robi e la Meggie, Rao, Diego e Uippo per la compagnia sempre divertente.
Fischi ai Turbonegro.
Insopportabili.
Sono le 2.03, dovrei essere a letto da almeno un’ora.
Stare sveglio però è stato divertente.
Vero Bri?