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I figli e la musica

E’ arrivato il momento di intavolare questo discorso.
Da aprile spendo sei euro in più al mese per avere un profilo Tidal familiare in modo che mio figlio e mia figlia abbiano accesso alla musica che piace a loro. E’ buffo perchè nessuno dei due ha un supporto proprio per utilizzare la app, devono appoggiarsi ai tablet di noi genitori, ma ho pensato fosse il momento di fare questo passo e renderli autonomi/indipendenti.
So cosa state pensando, ma non l’ho fatto per tener pulito l’algoritmo. E’ un discorso più ampio che credo mi porterà via davvero un botto di testo, quindi se vi va di starmi a sentire mettetevi comodi e prendetevi una robina da bere, che ho idea ne avremo per un pochino.
Il discorso parte da mio padre.

Siamo alle porte di quello che una volta chiamavamo “nuovo millennio”. Sono un adolescente e da un po’ di tempo mi sono dato al punk-rock. Porto in casa dischi con copertine di cui è difficile chiedermi conto senza aprire a discorsi che nessun genitore ha voglia di fare, ho i capelli di colori improbabili e vado a scuola con l’attitudine di chi va in guerra. I miei genitori sono convinti che fumi, probabilmente anche che mi droghi. Io, che non faccio nessuna delle due cose, evito accuratamente qualsiasi atteggiamento possa portare a farli ricredere.
In questo scenario, mio padre va in pensione e si ritrova con una discreta dose di tempo libero. Uno dei ricordi più indelebili della mia vita è di un pomeriggio in cui, rientrato a casa, l’ho trovato ad ascoltarsi i miei dischi in cucina.
Qui serve un’ulteriore digressione.
Mio papà è quello che definisco un appassionato di musica. In casa ha, forse, venti dischi, ma ha sempre ascoltato un sacco di radio, soprattutto ai tempi in cui per radio passavano le canzoni. Ci sono persone per cui la musica è ricerca, approfondimento, collezionismo, appartenenza, culto. Io sono così, mio papà no. Lui è semplicemente una di quelle persone che la musica la ascolta ogni volta che può.
Con l’avvento dell’era digitale io e mia madre gli abbiamo regalato un lettore .mp3 e un altro bel ricordo che ho è di lei che urla dal balcone nel tentativo di chiamarlo, mentre lui lavora in box o in giardino con le cuffie a cannone e le canzoni che mi aveva chiesto di scaricare da eMule. Pomeriggi interi passati ad ascoltare musica tagliando l’erba, potando le piante, lavando la macchina o in giro col cane.
Quando si è sentito tutta la roba che avevo in casa a fine anni novanta l’ha probabilmente fatto per provare a capire quel che stesse vivendo suo figlio, ma ho idea lo abbia fatto anche per vedere se magari ci fosse qualcosa che potesse piacergli.
Non lo so, non ne abbiamo mai parlato.

Io ho sempre saputo che a mio padre piace la musica, ma non è una cosa che abbiamo condiviso. Ho ascoltato i suoi dischi nei contesti in cui non potevo evitare di farlo, tipo in auto, odiandoli sistematicamente. Tanto quelli che metteva con l’idea di accontentare anche mia madre (Venditti, Vecchioni, Fossati, quella roba lì), quanto quelli che ascoltava quando lei non c’era (Pink Floyd, Jethro Tull, Springsteen). Ancora oggi, se qualcuno volesse farmi davvero del male, gli basterebbe mettere su The Division Bell(1) mentre sono nei paraggi.
Non mi ha passato la sua collezione di vinili, non mi ha mostrato come deve suonare un impianto a valvole e non mi ha messo in mano nessuno strumento musicale da stuprare nel tentativo di arrivare all’Arte. Un sabato mattina però si è presentato a casa dopo essere andato a far la spesa e mi ha portato il CD di “Nord, Sud, Ovest, Est” perchè sapeva che avevo iniziato ad ascoltare gli 883 e da qualche parte aveva letto che quello era il loro nuovo disco.
Mi è difficile credere che la mia passione per la musica non abbia a che fare con mio papà e il suo modo di viverla, pur non avendo lui mai provato a trasmettermela. Magari è stata quella la chiave, vai te a saperlo. C’è certamente almeno un reel su IG in cui un qualche psicologo ultra studiato può dimostrare questa tesi e il suo contrario, simultaneamente, ma lascio volentieri l’approfondimento a chi fosse interessato.
Il punto di questo post è che adesso il padre sono io e l’elefante ha deciso di entrare nella stanza.

La mia vocazione evangelica in ambito musicale, se mai è esistita, si è spenta piuttosto in fretta. Sono consapevole di ascoltare roba che non piace praticamente a nessuna delle persone con cui condivido spazi fisici, salvo sporadici punti di sovrapposizione con qualche amico o con mia moglie. Così, me la vivo di conseguenza.
Se siamo insieme e uno di noi due deve scegliere che musica mettere, lascio che sia tu a farlo. Sempre e a qualsiasi costo. La rottura di coglioni che può infliggermi il tuo disco preferito, quale che sia, non è neanche lontanamente paragonabile a quella cui puoi sottopormi lamentandoti della mia eventuale scelta. Sul CV con cui sono stato assunto dove lavoro oggi, tra gli hobby, c’era scritto “ascolto musica che non piace a nessuno”. Nella top 3 delle cose che più mi irritano visceralmente ci sono quelle conversazioni tipo:
– Non ci sono la tal sera, vado a un concerto. Facciamo il giorno dopo?
– Ah, un concerto… di chi?
– [Ma perchè devi chiedermelo che non te ne frega un cazzo?] Un gruppo americano.
– Come si chiamano?
– [Mmmhh…] Si chiamano BLABLABLA.
– Ah, non li conosco. Che genere fanno?
– [Dio prendimi ora, ti prego] Rock(2), tipo.
– Eh, tu ascolti roba STRANA…
Da anni lavoro su me stesso per rispondere semplicemente “ho un impegno”, ma ancora ogni tanto ci casco.
So che questa mia autovalutazione di persona che non cerca il proselitismo musicale può sembrare difficile da credere, visto quanto spesso mi capita di scrivere di musica o di condividere sui social pezzi che mi piacciono, ma per me c’è una differenza abissale. Se metto un pezzo sul mio IG l’idea è che chi vuole ignorarlo lo faccia, mentre chi per qualsiasi motivo dovesse esserne incuriosito se lo vada a sentire. Pagherei oro per vederlo succedere e sarei contentissimo di parlare per ore, giorni, mesi con qualcuno che possa esserselo sentito e abbia voglia di dirmi cosa ne pensa. Ma che io venga da te, senza nessun tipo di invito o richiesta, e ti attacchi il siluro dicendo: “Dovresti ascoltare questo disco…” è fuori discussione. Può piacermi lo facciano con me? Sì. Questo legittima la pratica? No. Siamo dalle parti della molestia, è tipo il cat calling(3).
Last, but not least: io non credo nella qualità della musica.
Come tutti gli impallinati, ho avuto anche io la fase adolescenziale in cui ci si riempie la bocca del concetto di BUONA MUSICA, rigorosamente in capslock. Passati i venti, però, ho iniziato a guardare con sospetto chi ancora credesse nell’esistenza di scale qualitative per la classificazione assoluta dei dischi e, implicitamente, delle persone che li ascoltano.
Qualsiasi disco funzioni per lo scopo per cui lo stai ascoltando è buona musica.
Questa è la regola aurea. Certo, poi ci sono artisti che con la musica provano a fare delle cose e possono riuscirci più o meno bene. Quello è dibattibile e valutabile. Il musicista iper tecnico e virtuoso lo puoi valutare per quanto è preciso, il liricista col messaggio lo puoi valutare sulla qualità del contenuto e sulla capacità di veicolarlo. Mille possibili scale.
Nella mia collezione ci sono tantissimi dischi che definireste brutti, molti sbagliati e più di qualcuno indifendibile. Ne possiamo parlare. In larga parte riconoscerò i limiti che verranno fuori e ci saranno casi in cui quelli che per gli altri sono difetti, per me invece sono pregi. Non mancheranno nemmeno le situazioni in cui penserò che in realtà siate voi a non aver capito quel che ho capito io. Ci sta, vale tutto.
Il presupposto però è che i dischi di BUONA MUSICA si trovavano esattamente nello stesso scaffale in cui c’erano quelli che ho comprato io e c’è una ragione per cui ho speso i miei soldi per gli uni e non per gli altri: non erano sufficientemente buoni per me. Questo mi definisce come persona? Spero proprio di sì, ci ho costruito attorno tutto il mio processo di autodeterminazione, ma non fa di me una persona migliore o peggiore di chicchessia. Assurdo doverlo precisare? In un mondo dove non esiste Scanzi, forse.
Tutto questo per dire che, quando sento un padre dire: “devo insegnare ai miei figli ad ascoltare la BUONA MUSICA”, a me fa l’effetto della famiglia nel bosco e penso che i figli glieli dovrebbero levare proprio.(4)

Quindi? Come si fa coi figli e la musica?
Non ne ho una cazzo di idea. I miei hanno 11 e 9 anni e non direi siano “ascoltatori di musica”. Ho una playlist sual mio Tidal che si chiama “Bimbi a bordo” e la uso nei viaggi lunghi perchè con la musica sotto è più facile si distraggano e non trasformino il tragitto in una tortura cinese ai miei danni. Nella playlist c’è qualche pezzo da classici Disney visti un numero insensato di volte, qualche pezzo che hanno sentito a scuola (di solito roba sanremese) e qualche pezzo che, per ragioni disparate, è finito nelle loro orecchie generando un “bella questa”.
Olly dei due è forse quella più propensa alla musica. Se una canzone la colpisce le resta in testa subito e te la trovi in casa che la canticchia quando pensa che nessuno la stia ascoltando. La prima volta mi ricordo che avrà avuto circa quattro anni, era Pastello Bianco dei PTN.
– Come fai a conoscere questa canzone Olly?
– L’ho sentita con la nonna.
In questo momento è in una fase Swiftie piuttosto acuta, si è fatta una playlist di circa dieci pezzi e li sente ad oltranza, supportata ampiamente dalla madre. Le sento parlare di andare insieme al concerto e mi viene un sacco da ridere a pensare al mondo in cui credono di vivere. Un universo parallelo in cui si può scegliere di andare a sentire Taylor Swift e, effettivamente, trovare il modo di farlo. Fino a un mese fa invece mi tendeva agguati in casa urlando “SAREMO IO. E TE. PER SEMPRE.”. E va beh.
Giorgio non riesco bene ad inquadrarlo.
Ogni tanto mi chiede robe in merito ai dischi che mi piacciono, ma non so quanto lo faccia per la musica e quanto perchè ha capito che per me è una cosa importante e voglia in qualche modo provare a farmi felice. Puoi non provare attivamente a “forzare” le tue passioni nei figli, a mio avviso dovremmo evitarlo tutti anzi, ma sfido qualsiasi padre a non illuminarsi e fare finta di niente quando, spontaneamente, arriva una richiesta di approfondimento. Quindi lo ha capito. Un paio di anni fa, quando ha iniziato ad approcciarsi ai videogiochi, ha voluto provare il mio Tony Hawk Pro Skater ed è finito col passarci dentro un numero spropositato di ore. Da quel momento i pezzi con le chitarre gli sono entrati sottopelle e tende ad apprezzarli, ma di tutta la colonna sonora ce ne sono giusto un paio che mi chiede di ascoltare. Li ha messi anche lui dentro una playlist, insieme a roba che (purtroppo) ha sentito in macchina con mio padre. Per mio figlio saltare dai Fidlar ai Dire Straits è la cosa più naturale del mondo e io ogni volta che lo sento muoio dentro. In silenzio.
Però la volta in cui mi ha detto “Bella questa canzone papà” mentre l’autoradio passava Seventy Time Seven dei Brand New chi se la scorda? Eravamo nella rotonda di San Pancrazio a Gessate, ben prima del Covid. Lo ricordo come fosse questa mattina.

Come dicevo all’inizio ho ampliato il mio abbonamento Tidal al piano famiglia e creato loro due account. Ci siamo messi lì e gli ho chiesto di dirmi le canzoni che gli piacciono, abbiamo fatto le playlist e gli ho spiegato come fare per andare dalla canzone al gruppo e provare, se e quando ne hanno voglia, ad ascoltare altro e scoprire canzoni nuove.
Non ho idea se lo faranno.
Il piano è, con gli anni, di provare ad intercettare la roba che gli piace e provare a relazionarmici. Cercare di capire, possibilmente fallendo. Sono convinto ci sia qualcosa di sbagliato se un pezzo che parla a gente quarant’anni più giovane di me mi risulta comprensibile. Forse, a differenza di mio papà, io proverò a fare qualche domanda perchè sono curioso di natura, ma senza essere invadente.
E’ giusto sia una cosa loro.
Il ruolo di un padre forse è solo quello di mettere l’argomento sul radar, di dargli gli strumenti per capire che, volendo, la musica può essere una chiave. Per leggere il mondo, per leggere se stessi, per veicolare emozioni. E per stare bene.
Non è l’unica chiave, non è necessariamente quella che apre tutte le porte, ma mi piacerebbe l’avessero nel mazzo.

Nel frattempo, continuerò a sentirmi la mia musica da solo. C’è una mensola in sala con sopra circa quattrocento CD. Non spesso, ma neanche di rado, ne arriva uno nuovo e i miei figli mi vedono arrampicarmi sulla sedia per riporlo al suo posto sullo scaffale, in rigoroso ordine alfabetico per band (il “The” non conta). Ogni tanto chiedono.
– Che disco è?
L’obbiettivo, quello su cui devo certamente lavorare, è non fermarmi a “Un gruppo americano.”

1 Mentre scrivevo ho realizzato che mio papà ha probabilmente avuto una fase in cui era preso bene con il rock psichedelico, negli anni ’70, quindi è probabile si sia drogato a conti fatti. Certamente più di me. Anche di questo non abbiamo mai parlato, ma magari questo glielo chiedo.
2 Non è mai rock, ovviamente, ma già il livello di disagio (mio) in quei contesti è fuori scala. Figurati mettersi a fare le supercazzole coi generi.
3 si parla troppo poco di consenso esplicito in quest’ambito.
4 sì, sono capace di tirare un siluro di venti righe su come non si dovrebbero giudicare le persone e chiuderlo giudicando le persone.


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Una roba (vecchia) sui Fugazi

Nella mia vita ho scritto una manciata di robe finite su siti/webzine altrui. Questa qui sotto mi è venuta in mente l’altro giorno e ho realizzato non fosse più online da nessuna parte. Siccome è un pezzo in cui mi rivedo molto, ho pensato potesse stare bene nel mio blog.
Usciva nel 2021 su spento, prima che spento diventasse una newsletter.

Io odio i Fugazi.
Chiariamo: questo non è uno di quegli incipit furbi che puntano ad incuriosire il lettore, ma che poi vengono smentiti con l’andare del pezzo in maniera più o meno paracula. “Odio i Fugazi [miliardi di battute che tergiversano] perché sono la più grande band di sempre”.
No. Io li detesto sul serio e preferisco dirlo chiaro all’inizio, così vi fate un’idea di con chi avete a che fare.

Partiamo dal principio. Se un po’ per tutti la vita è fatta di stagioni, non è per niente unanime cosa le definisca. Per tantissimi anni, nel mio caso, le ha definite la musica.
La prima stagione è quella della scoperta, quando sei piccolo e ti trovi a condividere lo spazio in casa, ma soprattutto in auto, con dischi con cui nelle stagioni successive non vorrai più entrare in contatto. E’ il primo stadio, quello alla fine del quale sei chiamato a tagliare il cordone ombelicale. Non ho problemi con chi a quarant’anni vive coi genitori, ma ne ho parecchi con chi a venti ascolta i dischi del padre.
La seconda stagione è quella della socialità, quando realizzi che la musica esiste nella vita dei tuoi coetanei, che la puoi ascoltare con loro e ne puoi parlare con loro. E’ quel frangente in cui nei pomeriggi coi compagni di scuola fai essenzialmente le stesse cose che facevi prima, ma con la musica in sottofondo ed è da quel particolare che pensi di non essere più un bambino. Sono anni bui quelli, un circolo vizioso in cui la musica crea il gruppo che a sua volta impone gli ascolti e li compatta. All’inizio sei contento di esserci dentro, ma presto o tardi i tuoi orizzonti si aprono e tutto diventa troppo stretto. C’è questa percezione di te che ti si disegna in testa e che di colpo non sei più disposto a transigere dal rendere concreta.
E’ la terza stagione, quella dell’autodeterminazione, ed è un calvario senza senso da cui credo di essere uscito in piedi soprattutto grazie alla musica. Il punk rock è ciò che mi ha permesso di smettere di sentirmi inadeguato e realizzare che, anzi, il non essere per forza di cose in linea con quel che mi viveva intorno non fosse necessariamente un problema mio. Letta così fa ridere, se non hai mai avuto quindici anni. La cosa bella della terza stagione è che ad un certo punto finisce e non solo tu stai quasi certamente meglio di quando ci sei entrato, ma puoi anche permetterti di abbassare la guardia e ridiscutere le ferree convinzioni che ti ci hanno portato fuori, perché ormai hai le spalle larghe.
La quarta stagione quindi è quella della maturità, il momento in cui la musica costituisce finalmente un grande universo da scoprire per il proprio piacere personale, liberi da vincoli sociali o limitazioni autoimposte e scevri di tutta quella voglia di dimostrarsi migliori o peggiori degli altri sulla base dei propri gusti musicali. È il traguardo e chi ci arriva, purtroppo non tutti, lo fa con un corredo più o meno esteso di cicatrici. Alcune sono ormai semi-invisibili, altre orribili e impossibili da celare, ma le peggiori sono quelle rimarginate male, quelle che al primo movimento sbagliato si riaprono e tornano a sanguinare.
I Fugazi sono la piaga purulenta della mia maturità musicale, il gruppo per cui non sono mai riuscito a venire a patti col fatto che non mi piacesse.

Perché è vero che l’ho menata per quasi mille battute con l’autodeterminazione, la crescita individuale e via dicendo, ma è anche vero che “no man is an island” e mi pare quasi superfluo dover precisare che per capire cosa vuoi diventare sia necessario guardare ad altri che sono sul tuo stesso sentiero, possibilmente più avanti. Se c’è una verità assoluta, sul mio sentiero, è che i Fugazi siano una band imprescindibile.
Hanno tutti i requisiti per esserlo, d’altronde. Volendo lasciare per un attimo da parte la musica, sono composti da ex membri di band seminali e di culto per l’intera scena, ma soprattutto si sono arroccati su una linea DIY di un’intransigenza rara, che ha fatto di loro un modello di etica musicale ben oltre la ristretta nicchia di genere in cui si collocano. Numi tutelari, in pratica, non fosse che i loro dischi non mi siano mai andati giù.
Non li ho digeriti al primo ascolto, quando il mio vero animale guida era un tipo con la fissa per gli alieni che non faceva altro che parlare di Fugazi (forse per smarcarsi dal fatto di essere universalmente identificato come lo scemo del villaggio), e ho continuato a farmeli andare di traverso anche dopo, negli anni in cui qualsiasi recensione leggessi o dibattito online seguissi su questo o quel forum, finiva sempre e comunque a tirarli in ballo. Scoprire di non apprezzare i Fugazi mi aveva riportato nella condizione di sentirmi inadeguato. Di nuovo. Non proprio come ripartire da capo, ma certamente rimettendo un po’ tutto in discussione. Un discorso che va ben oltre la musica.
Mi piacerebbe essere una persona sicura di sé e forse oggi in certi frangenti riesco anche a sentirmici, ma i Fugazi sono una spintarella involontaria al tavolo su cui si erge il mio castello di carte ed è per questo che li odio, perché stanno lì a ricordarmi uno dei miei difetti più grandi.
Negli anni ho speso ore ascoltandomi i loro dischi, ancora e ancora, ciclicamente. Ho probabilmente ascoltato più volte loro di gruppi di cui ho i dischi sullo scaffale, non esagero, sempre con l’obbiettivo di capire cosa ci fosse di sbagliato, quale fosse la chiave per risolvere questa incongruenza. Ogni volta che mi imbatto nell’argomento, finisco a risentirmi una roba loro con l’idea che magari qualcosa sia cambiato e che, finalmente, possa ricevere la tanto agognata illuminazione. Non succede mai, ne esco sempre ed inesorabilmente sconfitto. Anni fa fingevo addirittura mi piacessero. Non in maniera spudorata, mai stato capace, ma semplicemente dandoli per assodati come fa chiunque.
La fortuna di avere un problema con un gruppo letteralmente indiscutibile è che non ne devi discutere mai, sarei potuto andarci avanti per sempre.
Spero non abbiate idea di quanto faccia sentire stupidi ed ipocriti millantare appartenenza ad un contesto di cui si fa parte essenzialmente per non dover millantare appartenenza altrove. Così dal mentire sono passato a glissare, fino ad arrivare al coming out, ma sempre convinto di essere io l’ingranaggio guasto nella macchina.
Ancora oggi è una reazione istintiva, che non mi capita con nessun altro gruppo o disco.

In questi giorni compie 20 anni The Argument (NdM: saranno 25 a ottobre 2026), il loro ultimo disco in studio. Ho appena finito di ascoltarmelo tutto.
Ad un certo punto, sul primo ritornello di Full Disclosure, ho pensato: “Eccoci! È la volta buona”.
Non lo era.
Non lo è mai.


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Proviamo a pubblicare: ep. 3

E’ passato un altro mese e la versione corta è che non è successo nulla.
La versione lunga invece qualche cosina da raccontare ce l’avrebbe, quindi proviamoci. Il mio romanzo inedito continua a restare tale nelle caselle di posta di una trentina di editori. Non ne ho contattati altri un po’ perchè non ne conosco, un po’ perchè forse non è così utile continuare a cercare prima di avere un riscontro di qualche tipo.
Una cosa buffa mi è successa con Argentodorato, che un paio di settimane fa mi ha risposto con una mail molto chiara e diretta in cui dicevano, sintetizzando, “se decideremo di investire su di te e prenderci il rischio di pubblicarti, ci aspettiamo che tu sia disposto ad impegnarti ed aiutarci a promuovere il libro.”. Che è una richiesta direi più che legittima, anzi, mi sembra il minimo. Certo, messa giù come linea generale è un po’ vaga, quindi ho risposto che sì, sono sicuramente disposto a sbattermi, ma cosa comporta questo sbattimento? Devo presenziare a fiere ed eventi? Si può fare. Devo prendermi sei mesi di aspettativa al lavoro per dedicarmi solo a quello? Difficile, visto che io non sono uno scrittore professionista.
Chiarimenti che sono andati perduti come lacrime nella pioggia, visto che non mi hanno mai risposto.
Da un lato forse il fatto di aver detto che ho già un lavoro e che non sono uno scrittore full time può averli portati a pensare che non abbia tempo e voglia sufficienti per star dietro al progetto. Forse preferiscono dare priorità a chi ci sta puntando per la vita, piuttosto che dare spazio ad un dopolavorista qualsiasi. Penso che sarebbe una linea tutto sommato comprensibile. Temo, però, che non lo saprò mai.
Una cosa buffa correlata a questo è che Ale Bu conosce una ragazza che ha pubblicato con loro e mi ha girato il contatto IG così che potessi chiederle qualche info, una dritta. Purtroppo mi ha ghostato anche lei. Dev’essere una linea editoriale.
(Ovviamente scherzo, è del tutto normale venire ignorati e sto vivendo la cosa in modo molto zen. Anche oltre il livello di rilassatezza cui pensavo di poter ambire.)

Come avevo detto negli episodi precedenti, mi sono anche iscritto al concorso Io Scrittore.
La prima fase è in corso e consta nella preselezione delle opere finaliste sulla base di un incipit. Da quanto ho letto, il bacino di candidati dovrebbe essere intorno ai 4000 partecipanti, di cui ne passano alla fase successiva solo 400. Il criterio di selezione è interessante, perchè ogni partecipante ha il compito (pena l’esclusione dalla gara) di leggere e valutare dodici opere altrui. La valutazione è composta da 4 voti numerici per trama, personaggi, originalità e forma, più un giudizio scritto che deve stare tra le 200 e le 2000 battute.
Per quanto avessi tempo fino ad inizio giugno per completare l’assegnazione, ho già ultimato la lettura e la valutazione di tutte le opere che mi hanno assegnato. Devo dire che il livello, almeno per il mio campione, era piuttosto eterogeneo tra testi che ho trovato illeggibili e testi che non hanno nulla da invidiare al mio. Nessuno dei dodici mi ha dato l’impressione di essere fuori scala in positivo, nessun’opera di spicco diciamo, ma nel loro piccolo alcune avevano punti di forza interessanti e non mi stupirei se una o due potessero andare avanti.
La cosa che mi ha fatto un po’ cadere le palle è che, su dodici candidati, tutti fossero noir/gialli. Non solo. Le protagoniste? Quasi tutte donne che devono mostrarsi forti e lottare con le proprie fragilità, in fuga/riscossa da un passato doloroso e non ancora pronte ad abbracciare l’incontro con il love interest che gli piomba addosso nelle prime pagine del libro. Spesso un poliziotto bello e tenebroso.
Come non hanno mancato di dirmi alcuni amici, io non ho propriamente scritto Guerra e Pace, quindi lungi da me fare il critico di stocazzo. Però la statistica, per quanto piccolo fosse il campione, mi ha onestamente sorpreso in negativo. Detto questo, come accennavo, in un paio di casi questa premessa trita non mi ha per niente impedito di finire l’incipit con la curiosità di come potesse proseguire la storia. E, alla fine, credo quella sia sempre la roba che conta.
La cosa positiva è che, alla fine di questa prima fase, riceverò i commenti di chi ha letto il mio incipit e temo quello sarà il primo, vero, scontro con la realtà.
Mi fa molta paura, ma non vedo l’ora.


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E se l’AI fosse Tyler Durden?

Io sono un po’ fissato con Fight Club.
E’ sempre stato uno dei miei film preferiti, ma nell’ultimo periodo è diventato anche uno dei miei punti di ancoraggio alla realtà. E’ un discorso noiso che credo di aver già fatto mille volte, ha a che fare col mio profondo disagio verso il mondo che mi circonda e, soprattutto, verso la posizione che mi ci sono ritagliato dentro. Lascerei perdere. Resta il fatto che Fight Club per me è un’opera fondamentale, più nella versione cinematografica che in quella letteraria, ma sono sfumature.
Ebbene, di cosa parla Fight Club?

Mi fa male pensare possa esserci ancora qualcuno che necessiti questa tutela, ma seguono SPOILER.

Fight Club parla del fatto che non siamo in grado di distruggere ciò che c’è di orribile nella società pur essendo consapevoli di quanto sarebbe giusto farlo. Ci mostra come siamo bravi a seppellire quella consapevolezza sotto una montagna di distrazioni e conformismi, che ci permettano di non vivere costantemente col disagio che invece dovremmo provare dal fatto di non stare facendo niente per cambiare le cose. Tyler Durden è lo strumento che ci permette di superare questo blocco, simultaneamente espressione della nostra volontà e nemico da incolpare per averla posta in essere. Siamo noi, ma fingiamo sia qualcun altro per sentirci meglio.
Ora vediamo se riesco ad arrivare dove vorrei.
La “riflessione”, tra opportune virgolette, prende spunto da questo articolo del Guardian in cui vengono presentati dei dati in merito all’utilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito lavorativo. Il messaggio centrale del pezzo riporta come ci sia un valore percepito molto alto del lavoro prodotto con AI tra le figure apicali e manageriali delle aziende, mentre per le persone più operative l’effetto sia opposto. Si parla di workslop, ovvero di come il materiale generato con AI appaia rifinito superficialmente, ma sia in realtà così impreciso o difettoso da richiedere pesanti correzioni da parte dei lavoratori, vanificando il risparmio di tempo.
Fun fact: ho chiesto a Claude cosa ne pensi dell’articolo e mi ha risposto così:

L’articolo è utile come pezzo di opinion journalism ben costruito, ma non come fonte di dati primari affidabili. La tesi centrale — che l’adozione forzata e non guidata dell’AI riduce la produttività reale — è plausibile e supportata da letteratura emergente, ma la narrazione è chiaramente orientata in senso critico, senza dare voce adeguata alle evidenze contrarie.

S’è offeso, mi sa.
La mia impressione è abbastanza vicina a quella riportata nell’articolo, quindi potrei essere vittima di bias da conferma, ma pur non avendo in mano dati sufficienti per generalizzare ed estendere il discorso come fa il Guardian, posso certamente dire che nella mia realtà quotidiana il workslop è un problema concreto e galoppante. La spinta arriva tutta da oltre oceano, dove è evidente l’atto di fede verso le magie della tecnologia sia stato compiuto in maniera decisamente meno ponderata e critica di quanto avvenga nel vecchio continente. Sarebbe facile estendere e stereotipare questa situazione al concetto di AMERICANI, ma lasciamo stare e andiamo avanti. Il punto centrale è che oggi l’unico freno al workslop è l’atteggiamento reazionario (vogliamo dire da boomer?) di chi dell’AI non si fida mai, a prescindere. Come il famigerato giapponese rimasto in trincea per anni dopo la seconda guerra mondiale, però, questa caparbietà è destinata a soccombere sotto la pressione costante che spinge per un utilizzo sempre più massivo e costante dello strumento.
Banalizzando, ma neanche tanto, credo si arriverà presto al punto del “ma sai che c’è? Chissenefrega.”, momento in cui salteranno gli argini e non ci sarà più alcun freno alla deriva di cui stiamo parlando. Quando succederà, le possibilità che vedo sono essenzialmente due.
1) Non ci sarà alcun impatto concreto sui risultati delle aziende. Cosa che, secondo me, dimostrerà come già oggi larghissima parte dei lavori che facciamo non siano davvero utili/necessari. Facciamo unicamente parte di una costruzione sociale che dipende dal fatto che le persone guadagnino uno stipendio facendo cose, anche se il senso di fare quelle cose si è perso da tempo nei meandri delle metriche e del loro utilizzo creativo. KPI pensate per mostrare il successo più che per misurarlo. Senza dilungarmi, non sarebbe neanche lo scenario peggiore: ognuno di noi farà il proprio lavoro sempre peggio, nessuno se ne accorgerà e vivremo tutti felici e contenti.
2) Il sistema implode. Abbassare la qualità del lavoro avrà un impatto sui risultati e le aziende che se ne accorgeranno troppo tardi finiranno gambe all’aria. E come si fa a non veder arrivare il disastro? Non lo so, ma immagino che fare riunioni che nessuno ascolta perchè “tanto poi c’è la minuta fatta da Copilot”, circolare quella minuta senza controllo, avere figure apicali che invece di leggerla se la fanno riassumere da un’altra AI e via dicendo, in un telefono senza fili tra bot che come unico obbiettivo hanno il compiacerci, ecco credo possa essere una strada neanche tanto implausibile.

E qui è dove arriviamo al punto nodale di questo mio delirio.
Forse l’AI è il nostro Tyler Durden. Forse è lo strumento che ci porterà a far crollare tutto, al progetto Mayhem. Ciò a cui potremo dare la colpa fino al punto in cui ci toccherà prendere coscienza del fatto non era altro che un’emanazione del nostro subconscio, nella nostra volontà.
La prima regola del Fight Club è non parlare del Fight Club.
La seconda regola del Fight Club è non parlare MAI del Fight Club.

La terza regola è che non devi ricontrollare il lavoro che hai fatto fare all’AI.


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Proviamo a pubblicare: ep. 2

Eccomi qui con qualche aggiornamento sulla mia Road to Bookshelf, so che non vedevate l’ora.
Scusa, ma con chi parli?
Shh. Dicevamo.
Prima di parlare dei miei tentativi di irruzione nel mondo dell’editoria, mi preme registrare la seconda anima pia dopo il Po’ che si è effettivamente letta il libro in anteprima: Manowar, aka Davide, che oggi oltretutto compie gli anni. Mi ha detto che gli è piaciuto, mi ha fatto piacere.

Andando al tema centrale di questa rubrichetta, gli ultimi sviluppi vedono il mio romanzo wannabe nelle caselle di posta di TRENTACINQUE case editrici. Una metà buona le ho incontrate passando al Book Pride 2026 di Milano, presentandomi agli stand e chiedendo se potessero essere interessati ad una roba come quella che ho scritto io. E’ stata un’esperienza strana. In generale positiva, ma strana.
Mi ha fatto ritornare a quando cercavo lavoro, riportando a galla tutto il disprezzo provato per un certo modo di fare recruiting con cui, fortunatamente, non avevo più a che fare da tanto.
– Sono un autore emergente, volevo chiedere informazioni sulla vostra casa editrice e sulla possibilità che accettiate di valutare opere prime etc. etc.
– Conosci la nostra casa editrice?

– Onestamente no, sono qui proprio per fare un giro, approfondire, prendere contat…
– Se non ci conosci non dovresti venire da noi. Se davvero ti interessa pubblicare con noi, dovresti prima studiare il nostro catalogo, comprendere la nostra linea, bla bla bla.
Esattamente come le aziende convinte che il candidato applichi per un lavoro perchè davvero crede in quell’azienda e non perchè gli serve uno stipendio e sta provando a mandare il CV a qualsiasi entità iscritta in camera di commercio. Boh, anche meno. Davvero.
Fortunatamente si è trattato di una piccolissima minoranza di situazioni eccezionali, la prassi erano persone normali e disponibilissime che mi hanno risposto “prova” oppure “no, da noi non c’è spazio per quella roba lì”, ma sempre concludendo con un apprezzatissimo “in bocca al lupo”.

Dicevamo, trentacinque invii, ma qualcuno ha anche risposto in questo primo mese?
Sì.
La prima è stata Adelphi (ahahahaha) che mi ha risposto con un cordialissimo “Grazie, ma no”. Ho apprezzato molto mi abbiano comunque dato un riscontro, la trovo una scelta professionale, ma non mi sono nemmeno preso più di tanto male. Erano passati circa quindici giorni dal mio invio, quindi mi sono convinto abbiano cassato sulla base del tipo di opera o della sinossi, certamente non per averla letta tutta e trovata terribile. Forse. Spero.
Il secondo e, al momento, ultimo no l’ho ricevuto da Ianieri, sulla base del fatto che in questo momento non sono aperti a ricevere opere da valutare. Era scritto anche sul sito, ma ho mandato lo stesso perchè allo stand mi avevano detto di fare così. Dubito fossero in malafede, forse la persona non sapeva che c’è un sistema di risposte automatiche che cestina a prescindere. Amen.

Poi ci sono state le risposte positive, ma che al momento non mi interessano. Come dicevo la volta scorsa, non sono intenzionato a pagare per pubblicare perchè mi sembra un modo che mi priverebbe dell’unico riscontro che vorrei avere, ovvero se il libro può risultare interessante ad un editore. Nessuna delle case editrici a cui l’ho mandato si presenta ufficialmente come “editore a pagamento”, ma a conti fatti poi le formule proposte sono un po’ in quella direzione.
Una mi ha chiesto un contributo per la valutazione dell’opera. “Se vuoi che impieghiamo del tempo per valutare il tuo libro, quel tempo lo devi pagare.” In tutta onestà non mi sembra una posizione di per sè sbagliata, ma apre ad implicazioni che non mi fanno impazzire. Apprezzo però l’essere chiari dal principio.
Un secondo editore mi ha proposto una formula essenzialmente crowdfunding: firmo e ho 150 giorni per trovare 150 pre-ordini del libro. A quel punto, se riesco, mi pubblicano. Non fa per me. Già ho vissuto malissimo il fatto che gli amici a cui ho chiesto di leggerlo in molti casi non l’abbiano fatto, figuriamoci se l’uscita del mio libro dovesse passare dalla mia capacità di pietire con parenti e conoscenti. Anche no.
Last, but not least, una casa editrice mi ha scritto dicendo che sono molto intenzionati a pubblicarmi e che il mio libro gli è piaciuto molto. Certo, vogliono un contributo di 600 euro per farlo, ma poi pensano a tutto loro. La cosa che mi è piaciuta di più sono i commenti dell’editore all’opera, che ho trovato davvero molto simili a quelli che mi aveva restituito ChatGPT quando glieli avevo chiesti.
Insomma, al momento non sta andando benissimo, ma mi consolo con l’idea sia ancora molto presto.

Alla lista dei GRAZIE aggiungo anche Lucia, compaesana e scrittrice per ragazzi, che mi ha dato un paio di dritte su come approcciare la questione.

Per il momento direi che non c’è altro da dire, ci risentiamo a Maggio (nel caso).


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Fedez che fa Joe Rogan (spiegato male)

Aver chiuso il libro mi dà modo di tornare a impiegare la mia vena autorale per scrivere siluri qui sopra. Post che nella mia testa dovrebbero portarmi a discutere con le persone, ma che nella pratica portano al massimo qualcuno dei miei conoscenti digitali a levarmi il follow da instagram e fare finta di niente quando poi gli faccio gli auguri di compleanno o per la nascita dei figli.
Un bell’incipit, per settare da subito il tono rancoroso del post che segue e che parlerà di Fedez.
Notizia di ieri, il tipo ha deciso di ospitare al proprio podcast niente meno che la premier (linko il post, giusto per chiarire anche la gag del titolo).  Come facile immaginare, all’uscita della promo si è immediatamente sollevato il coro di quelli che, da sinistra, si scagliano contro Fedez accusandolo di essere fascista.

*Inciso*
Il termine fascista negli ultimi venticinque anni è passato dall’essere etichetta per quei minorati che si trovano a Salò a fare stretching al braccio ad essere l’appellativo con cui si chiamano tutti coloro che non sono sufficientemente di sinistra. Non si sa bene in base a quale scala di valori, ma tralasciamo. Il punto interessante è che, volendo fare un parallelismo, da novembre 2023 antisemita è diventata etichetta per chiunque non supporti il genocidio che Israele sta perpetrando a Gaza. Io non lo so come possa sentirsi Fedez ad essere definito fascista, ma so come mi sento io quando mi danno dell’antisemita. Non me ne frega un cazzo. Sia perchè so di non esserlo, sia perchè il pulpito da cui arriva l’accusa è evidentemente composto da gente in malafede.

Io non credo Fedez sia fascista, tantomeno che lo sia diventato nell’ultimo anno o due.
Più importante, credo che appiattire la riflessione a questo possa essere controproducente. Di seguito quindi provo a fare qualche riflessione, magari sbagliata e basata su principi di psicologia spicciola che non è detto siano verificati/verificabili, ma che a sensazione raccontano il fenomeno un filo meglio e che potrebbero evitarci epifanie ridicole quando il mostro che abbiamo contribuito a generare salta poi fuori a spaventare vecchi e bambini.
Io non so quanto genuine fossero le posizioni di Fedez quindici anni fa. C’è stato un frangente, quello Ferragnez per capirci, in cui certamente una buona dose delle sue prese di posizione pubbliche erano su temi monetizzabili, ma lasciamo quel frangente da parte (se vi interessa c’è un bello studio che lo approfondisce, ve lo linko ). All’inizio della sua carriera, però, Fedez era quello vicino al M5S, quello che litigava con Gasparri e Giovanardi. Posa? Boh, processi alle intenzioni possiamo farne tantissimi, ma ai tempi non credo avesse chissà cosa da guadagnarci se non la sua costante necessità di prendere una posizione, condivisibile o meno che fosse. Poi sono successe cose.
Una di queste, ad esempio, è che Selvaggia Lucarelli si è legata al dito una questione personale e ha iniziato a fargli la guerra. Nel conflitto è finito in mezzo anche Travaglio, che si è poi portato appresso il Fatto Quotidiano e, di conseguenza, i 5S. Possiamo raccontarci ci siano ragioni politiche dietro a quella frattura, ma non è così. Le questioni politiche sono state trovate per giustificare il tutto ex post. Ed è perfettamente umano sia così, nel senso più letterale e acritico del termine.
Così come è umano il processo che ha “avvicinato” Fedez alla destra, almeno secondo me.
Il percorso mi sembra analogo a quello di tanti ben più rilevanti di lui, da Musk a Rogan per fare nomi davvero grossi. Gente che partiva da posizioni progressiste e in contrapposizione alla destra, ma che non aveva uno score di purezza necessario a farsi accettare dalla sinistra. Non sto sindacando sulle ragioni di questa mancata accettazione, che sono diverse per ciascuno e in alcuni casi assolutamente valide, mi interessa il meccanismo. Vedendosi chiudere la porta in faccia, hanno semplicemente smesso di bussare. Traendone profitto, ovviamente, ma su quello torno dopo. Andiamo nello specifico di Fedez. Si parte da uno storico di conflitti con la destra, anche legali, e la sinistra invece che supporto porta critiche, accuse di “fake ethic” e una certa quantità (anche sproporzionata, imho) di attenzione mediatica spinta largamente dalla necessità di trovare macchie sul vestito volte a dire “ecco, vedi, non sei DAVVERO dei nostri”. Solo che nel dettaglio della politica e della sinistra italiane è tutto, imho, piuttosto discutibile.
Perchè i temi su cui Fedez si è largamente speso sono temi centrali dell’agenda della sinistra (inclusività, droghe, salute mentale), mentre le ragioni per cui se ne sono prese le distanze sono essenzialmente finanziarie. E fa ridere perchè la nostra sinistra non ha nessun piano in agenda che riguardi gli aspetti di disuguaglianza economica (zero [NADA]). La dico dritta: per me non ha molto senso tirare i confini della sinistra sulla base del reddito, ma ci posso ampiamente stare se a farlo è gente che come primo punto dell’agenda ha una cazzo di patrimoniale. Penso siamo tutti d’accordo non sia questo il caso.
Ad ogni modo, la questione è che questi personaggi che si proclamavano di sinistra e si sono sentiti rifiutati hanno trovato apertura dall’altra parte e l’hanno sfruttata.

Eh, allora vedi che non erano davvero di sinistra? 
Grazie per la domanda. No, non lo vedo. Provo a spiegare. Quello che dimostra una scelta come quella, imho, è che questa gente al massimo non antepone l’ideologia a tutto. Non dico solo al profitto, che comunque è un fattore, ma anche ad aspetti più psicologici di accettazione e riconoscimento sociale. O al risentimento, se preferite, alla ritorsione. C’è chi quando litiga col partner si separa e chi tradisce, magari con qualcun* che il partner detesta. Non sono giustificazioni, sono (possibili) spiegazioni che vadano oltre le semplificazioni a cazzo di cui all’inizio.
Poi c’è la questione profitto, che è l’elefante nella stanza.
E’ evidente che queste svolte pro-establishment portino con loro un ritorno economico/politico/di potere. Ci sono però due aspetti che secondo me non andrebbero dimenticati.
1) quel tipo di ritorno era lì dal principio. La destra governa l’Italia da sempre, non mi pare proprio ci sia stato un cambio di rotta che potesse giustificare cambi di bandiera. Farlo per i soldi era possibile dal giorno uno.
2) la destra in questo è decisamente più prona a giustificare i mezzi per il fine. E’ un difetto? Non lo so. A livello teorico/ideologico ovviamente per me sì. E’ un principio che, scritto così, non mi rappresenta. MA. Il livello teorico/ideologico non conta un cazzo mai, quel che serve è valutare di volta in volta il fine e gli annessi mezzi.

Questo post lunghissimo non vuole essere l’apologia di Fedez, di cui mi frega zero.
Vuole essere una riflessione (ennesima) su come la chiusura, le barricate e tutto il resto siano una strategia poco lungimirante quando si parla di raccogliere consensi su quasi 70 milioni di individui. Però ti deve interessare il consenso. Ti deve interessare governare, avere una maggioranza. Passiamo le giornate a discutere di come la politica raccoglie i voti e mai di cosa ci faccia dopo averli presi. Io resto convinto il secondo aspetto sia largamente più rilevante del primo.
Però non credo, sinceramente, che queste cose interessino davvero a sinistra. L’importante è solo il ritorno di endorfine che si dipanano nelle vene quando si urla “VEDI? TE L’AVEVO DETTO!”.
C’è piena la Storia e la fiction di villain creati dal rifiuto.
Forse, se qualcuno avesse dato una chances ai dipinti di Hitler…


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Proviamo a pubblicare: ep. 1

Ho pensato di tenere conto, idealmente mese per mese, delle attività fatte nel tentativo di pubblicare il mio libro.
La prima cosa che ho dovuto fare quando ho deciso di iniziare a provarci è stata scrivere una SINOSSI. E’ stato un parto.
Ok, lo so qual è il commento tipico che arriva a ‘sto punto, quindi:

Scrivere una sinossi è complicatissimo se hai la pretesa che il tuo libro abbia qualcosa da dire oltre alla trama, perchè scrivendola ti sembra di appiattire il tutto. E allora cerchi di esplicitare il sottotesto, ma rimane posticcio. E poi viene troppo lunga, ma se la tagli pensi sia troppo sbrigativa. Tu hai in testa il lavoro che hai fatto e stai scrivendo un breve riassunto da cui, in sostanza, dipende se qualcuno deciderà di dargli una possibilità. Magari per tanti è facile, per me è una pressione tremenda. Mi sembra di essere tornato ai tempi della selezione del personale che doveva decidere se farmi un colloquio o meno sulla base del CV.
Ho provato anche a farmi aiutare dall’AI, ma peggio che andar di notte. Non so se avete mai provato a caricare un testo lungo dentro ChatGPT e chiedergli cosa contiene. Fa un sacco di casini. Allora ho lavorato all’opposto, ho scritto la sinossi e mi sono fatto aiutare a risistemarla dicendo cosa volevo che emergesse e quanto volevo fosse lunga. Sicuramente meglio, ma ancora molto distante da un lavoro ben fatto. Ci ho tirato fuori qualche spunto però e adesso ho una sinossi fatta.
Non so quanto buona, ma non lo so neanche del romanzo, quindi direi che è un problema di secondo piano.

Ho anche deciso di iscrivermi comunque al concorso letterario io scrittore. E’ vero, il mio romanzo è più lungo del limite massimo consentito, ma per arrivare alla valutazione del romanzo completo bisogna passare la prima fase, fatta solo su un incipit di due o tre capitoli. Inutile fasciarsi la testa adesso. Far valutare l’inizio è comunque una buona cosa, se poi dovessi passare avanti (cosa su cui nutro più di un dubbio), penseremo a come limare il testo. Questo ed altri consigli arrivano da Fabrizio Coppola, che quando ha saputo della mia “impresa” mi ha scritto e si è offerto di darmi qualche dritta. TVB.

Mentre scrivo, il mio romanzo è nelle caselle spam email di sedici case editrici, da quelle molto grandi ad alcune che ho scoperto esistessero solo quando ho cercato online. Dicono che ci vogliano grossomodo sei mesi prima di deprimersi, per chi mi conosce questa cosa è semplicemente inimmaginabile. Tuttavia, le cose che posso farci sono zero e quindi tocca starci. Questo però vuol dire che per sei mesi la mia testa può navigare idee (del cazzo) su eventuali possibili piani alternativi/paralleli alla pubblicazione. Finirò per ammattire.

Last, but not least. Forse lo sapete tutti, forse no, ci sono tantissime case editrici e agenti letterari che permettono di pubblicare pagando. Non sono qui a tirare un siluro sul meccanismo, che non mi interessa fare la morale a nessuno. Quel che posso dire è che ho un lavoro, non sto puntando a diventare uno scrittore e il libro l’ho scritto per vedere di cosa fossi capace. Pagare per vincere mi lascerebbe con zero riscontri e non ne vedo il senso. Al momento, infatti, non sto considerando nemmeno l’idea di auto pubblicarmelo. Se non trovo nessuno interessato, può stare tranquillamente nel cassetto.


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Sanremo 2026

So che può sembrare incredibile, ma posso copiaincollare direttamente l’intro del pezzo dello scorso anno senza cambiare mezza parola. Solo un numero.

Ed eccoci qui, cari amici telespettatori, al consueto appuntamento con il listone dei pezzi di Sanremo, ascoltati una volta e valutati in presa diretta dal sottoscritto.
Quest’anno si esce un giorno prima perchè mi pare di capire abbiano già suonato tutti nella serata di apertura e quindi i servizi di streaming dovrebbero già avere disponibile la maxi playlist con tutti i TRENTATRE TRENTAQUATTRO (vi odio) pezzi in gara.
Le “regole” sono sempre quelle: ascolto il pezzo nella sua versione radio edit, quindi senza considerare la performance artistica sul palco dell’Ariston, e scrivo come mi sembra in presa diretta, con il consueto occhio di riguardo per La Canzone di Sanremo™ (da qui CdS™). La CdS™ è un archetipo che non ha senso di esistere mai, ma che nel contesto del Festival trova la sua collocazione naturale. Potrei provare a spiegarvi in cosa consiste, ma sarebbe più noioso delle canzoni stesse e quindi mi limito a puntare il dito quando la riconosco in scaletta.
Trentaquattro canzoni, io non so perchè mi sottopongo a questa mattanza ogni anno.
Partiamo dai.

Serena Brancale – QUI CON ME
E’ sempre bello quando si parte con una CdS™. Sai di essere nel posto giusto. Passa subito eh, intorno al quarantesimo secondo. Da lì in poi agonia. Per settare il giusto mindset da subito c’è anche il CAPSLOCK nel titolo.

Tommaso Paradiso – I romantici
Tommy eri il mio favorito, ovvero quello che pensavo più accreditato a vincere una gara per canzoni brutte. Però ‘sta CdS™ manca un po’ di carattere, per dirla educatamente. Quattro minuti che sembrano quaranta. Doppietta tosta da superare, questa iniziale, ma andiamo avanti.

SaYf – TU MI PIACI TANTO
Uellà. Non millanterò di aver avuto mezza nozione relativa a SaYf prima di ‘sto pezzo, ma per un attimo ho pensato che fosse una mancanza mia. Poi è arrivato il ritornello e no, era solo autoconservazione mascherata da lungimiranza. Però da questo ascolto superficialissimo sembra abbia provato a dire delle cose, quindi bravo.

Malika Ayane – animali notturni
In qualità di prodotto degli anni ottanta penso di poter dire le peggio cose sui prodotti degli anni ottanta. Se ho capito una cosa delle regole della vita moderna è che si può offendere una comunità dall’interno.

Luché – Labirinto
Per me sì. Mi sembra il prodotto onesto di uno che è arrivato a Sanremo con la sua roba, senza provare a mettersi un vestito che non è il suo solo per accedere al palco. Quel “non ho voce” stonato, rauco e dissonante funziona. Promosso.

Arisa – Magica Favola
La SNAI manco la quotava una CdS™ per Arisa. Meglio rispetto alla Brancale e Paradise, ma non stiamo propriamente mettendo in alto l’asticella. Intorno ai due minuti e mezzo se chiudi gli occhi ti sembra di essere a messa.

nayt – Prima che
Va beh, anonimissimo pezzo rap italiano di uno che, se non avessi letto il nome, avrei giurato potesse essere Rkomi. Senti che STRUGGLE.

Fedez & Marco Masini – MALE NECESSARIO
Dai Fede, basta. Davvero. Quando facevi le hit estive eri più molesto, lo riconosco, ma anche ‘ste CdS™ che hai deciso di infliggerci ogni febbraio non sono un bel gesto da parte tua.

Samurai Jay – OSSESSIONE
A proposito di hit estive, eccolo qui quello che pensa di prendere la rincorsa oggi per giugno. “Dio proteggimi da loro, da quelli che a Sanremo se la cantano in spagnolo” (semicit.).

Ditonellapiaga – Che Fastidio!
Siamo entrati nella bolla cassadritta? Speriamo. Non è che sia propriamente un fan di M¥SS KETA, ma il pezzo funziona. Ero prontissimo al commento sagace che sfrutta il titolo del pezzo contro l’artista, ma tocca fare un passo indietro. Bene.

Ermal Meta – Stella stellina
Oddio Ermal, mi hai preso in contropiede. Mi aspettavo una CdS™ e invece sei riuscito a presentarti con una cagata che mi fa quasi rimpiangere l’Ermal Meta che conoscevo.

Levante – SEI TU
Sogno un Sanremo in cui a ogni artista che si presenta con una CdS™ vengano chiuse le mani con violenza dentro il pianoforte usato per le canoniche cinque note iniziali.

Dargen D’Amico – AI AI
Ho sempre pensato che la mia principale fonte di imbarazzo sarebbe stata, vita natural durante, l’aver avuto un momento in cui ho creduto a Renzi. Aver creduto in Dargen si piazza comunque dietro, ma di pochissimo.

Maria Antonietta & Colombre – La felicità e basta
Vale il commento fatto a Malika Ayane, ma forse il pezzo è un filino meglio. A quanto pare l’industria discografica ha deciso ci servano dei nuovi Ricchi e Poveri e, col fatto che i Coma_Cose si sono litigati, toccava cercare un rimpiazzo. Eccolo.

Sal Da Vinci – Per sempre sì
Santamadonna, ma perchè faccio ‘sta cosa ogni anno? Perchè? Cioè adesso mi dovete trovare una collocazione a questo pezzo che non sia una pizzeria di merda.

J-AX – ITALIA STARTER PACK
Cose a caso, tipo l’ananas sulla pizza e J-Ax che fa Davide Van De Sfroos. Non ci credo, ha appena citato l’ananas sulla pizza nel testo. Volo. Va beh, non è malaccio, posso dirlo?

Fulminacci – Stupida sfortuna
Ci stavamo distraendo, Fulminacci l’ha capito e ci riporta all’ordine con una CdS™. Orrenda, ma serve ancora precisarlo?

Michele Bravi – Prima o poi
VE LO BUCO ‘STO PIANOFORTE DI MERDA. E anche la CdS™ di Michele Bravi ce la siamo tolta dai coglioni.

Mara Sattei – le cose che non sai di me
Sono tutte la stessa canzone, io divento matto. Vi chiedete chi è che vota la Meloni, a me fa molta più paura la gente che si sente le CdS™ tra marzo e gennaio. No, non è vero. Forse.

chiello – Ti penso sempre
Dopo venti canzoni tremende ho il timore di avere gli standard non propriamente in bolla, ma questa la promuovo. Massì, crepi l’avarizia. Vedo che la prossima è delle Bambole di Pezza e non ce la posso fare adesso. Stacco un attimo e poi riprendo.

Bambole Di Pezza – Resta Con Me
Allora, io non seguo le BdP. Voglio che si sappia. Mai avuto niente a che fare. Che è facile dire “arrivano da quella scena lì, allora…” ecco, allora niente. No. Detto questo e detto anche che i soldi servono a tutti, io non capirò mai perchè ambire ad entrare in una kermesse dove il requisito base è far finta di essere qualcunaltro o, quantomeno, mimetizzarsi. Davvero, non capisco.

LDA & Aka 7even – Poesie Clandestine
Se ha rotto il cazzo la CdS™, e lo ha rotto ampiamente, almeno le va conosciuto l’essere padrona di casa. Sarà almeno il terzo pezzo fotocopia con la chitarrina e il ritmo bailado. Ma chi cazzo ha deciso che ne volessimo ancora?

Tredici Pietro – uomo che cade
Io lo so che leggendo i miei commenti posso sembrare picky, ma non è così. Una canzone come questa, per dire, per quanto sia indiscutibilmente una merda, per me va bene. Ci sta. Capito il livello del resto?

Francesco Renga – Il meglio di me
Saranno dieci anni almeno che faccio sta cosa e sto invecchiando. Non ce l’ho una cosa simpatica e nuova da dire sull’ennesima CdS™ e su Francesco Renga.

Patty Pravo – Opera
Allora. Qui tocca fare una mega eccezione. Patty Pravo arriva con una CdS™ identica alle altre e inutile tanto quanto. MA. Da anni si era deciso che la quota anziani decongelati dovesse essere messa in ridicolo sul palco con pezzi improponibili a cassa dritta e l’effetto macchietta che puzza di circonvenzione di incapace. A me era una cosa che dava tremendamente in culo. Ecco, qui trovo tutto molto dignitoso quindi BENE.

Enrico Nigiotti – Ogni volta che non so volare
Renga non l’avevo già sentito?

Elettra Lamborghini – Voilà
Daje Ele, ti prego, dammi la sveglia. Non è pistolero, ma anche i Beatles hanno scritto solo una Yesterday.

Raf – Ora e per sempre
Ma Renga con quanti pezzi si è iscritto?

Leo Gassmann – NATURALE
Credo sia un buon momento per ricordare che vita difficile fanno i figli d’arte, costretti a spiccare e brillare per non essere costretti a vivere relegati nell’ombra del parente illustre. Leo Gassmann con questa CdS™ ci ricorda quanto vera sia questa cosa.

Eddie Brock – Avvoltoi
– Ci mettiamo il pianoforte?
– Sì.
– Forse meglio la chitarrina acustica e malinconica per iniziare, però. Che dici?
– Sì.
– Certo che anche delle chitarre distorte a caso…
– Sì.
– Ma quindi come cazzo la vuoi fare sta CdS™, Eddie?
– Sì.

Angelica Bove – Mattone
Se mai condurrò Sanremo sarò quello che vieta il pianoforte.

Nicolò Filippucci – Laguna
Dopo questa CdS™ mancano ancora solo due pezzi dai. Solo due. Dai Giuse, credici.

Mazzariello – MANIFESTAZIONE D’AMORE
E’ originale come l’hamburgeria di un content creator, ma fa simpatia.

Blind, EL MA & SONIKO – Nei miei DM
Nei miei DC.


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Ho scritto un libro

Di solito quando qualcuno inizia così un comunicato, un post, ecc. è perchè ha effettivamente pubblicato un libro. Non è questo il caso.
Io ho scritto un libro.
Di pubblicarlo (se mai riuscirò a pubblicarlo) si parlerà eventualmente più avanti. Al momento la cosa importante per me è poter dire di averlo scritto perchè, mentre lo faccio, sono ubriaco della soddisfazione estrema per avercela fatta. Averlo chiuso. Essere riuscito a mettere tutto quel che avevo in testa nero su bianco, dentro un file word.
663K caratteri (spazi inclusi), quello che ho scoperto essere l’equivalente di 368 cartelle editoriali, per raccontare una storia tutta mia.
Ammetto che, dopo aver messo il punto finale, mi sia salita un po’ di commozione.

Ho iniziato a lavorarci circa un anno fa. Non ricordo la data esatta in cui mi sono effettivamente messo davanti allo schermo per iniziare fisicamente a scrivere. Certamente quel momento è stato preceduto da un numero imprecisato di nottate insonni spese a rigirarmi nel letto pensando all’idea che avevo avuto, a come avrei potuto svilupparla, a quanto sarebbe potuta risultare interessante. O originale. O sviluppabile. Fino a che ho iniziato davvero a darle una forma.
So che può sembrare un cliché, ma ero fermamente convinto non sarei arrivato in fondo. Che avrei mollato. Invece è stato un po’ come quando, due anni fa, ho deciso di impegnarmi per iniziare a correre. Ho trovato una mia costanza, ci ho messo tutta la dedizione di cui sono capace e alla fine sono arrivato al traguardo. Pazzesco.
Ancora non so quanto quel che ho prodotto possa essere interessante o originale, ma punterò a scoprirlo.

Ok, ma di cosa parla questo fantomatico libro?
E’ un romanzo di avventura ambientato tra il 1690 e il 1720 nei caraibi, quindi parla di pirati. Non dei pirati che ci hanno raccontato con Johnny Depp, nè di quelli di Stevenson o di Monkey Island. Tutta roba che mi piace, intendiamoci, ma io ero interessato a scrivere una storia diversa. Sporca e cruda come poteva essere la vita ai tempi, ma che preservasse quell’aura colorata e, tra mille virgolette, goliardica che nella mia testa i pirati devono emanare. Da lì ad esserci riuscito ne passa, ma questa resta la dichiarazione di intenti. Forse l’opera che posso definire più “vicina” alla mia idea è la serie Black Sails, anche se lì c’erano comunque riferimenti importanti al mondo di Stevenson e, soprattutto, mancava un certo rigore storico.
Ecco, su questa cosa ho davvero sputato il sangue.
Io sono di massima un biotecnologo, formazione scientifica e nemmeno d’eccellenza, che nella vita è finito a fare marketing di settore. Fuori da questo blog la mia esperienza con la scrittura è nulla, ma ho letto e visto tante storie e, anche non arrivando a dire di avere una qualche competenza, sentivo di poterci perlomeno provare. Di Storia, invece, non ho la minima base. Zero.
Però volevo essere accurato. Nella costruzione del mondo, nella definizione dei personaggi e nelle possibilità che questi ultimi potessero effettivamente avere all’epoca. Inizialmente. Poi mi sono fatto inghiottire da un vortice sempre più potente, in cui sentivo il dovere morale di verificare tutto. Anni, personaggi realmente esistiti, avvenimenti storici, politica dell’epoca. Fino ad arrivare allo studio dei tempi di percorrenza nautici, delle possibili rotte, della terminologia in uso e della legislazione.
Magari leggendo il testo questo lavoro neanche traspare, magari è stato ampiamente inutile farlo, ma mi è costato una fatica immensa e ne sono, comunque sia, orgoglioso.

E adesso?
Adesso mi prendo almeno una settimana di pausa da questa storia, che sono esausto. Poi, proverò a muovermi per vedere se a qualcuno interessi pubblicarla. Non ho agganci nel settore dell’editoria, ma ho qualche conoscenza che ci gravita intorno. Partirò da lì. Simultaneamente, proverò a contattare qualche casa editrice piccola che possa avere interesse in un possibile esordio letterario.
Avevo trovato un bellissimo concorso a cui speravo di iscrivermi, ma il regolamento limita forzatamente i testi alle 600K battute. Non ho la presunzione di ritenere il mio libro “immodificabile”, magari verrà fuori che è assai più prolisso di quanto dovrebbe, ma al momento non me la sento di tagliarne un 10% solamente per farlo stare dentro il recinto di un concorso. Magari, da qui ad un anno, le cose saranno diverse.

Arrivato in fondo, mi sembra il momento buono per chiedere un aiuto. Se chiunque fosse arrivato fino a qui a leggere volesse/sapesse darmi una mano, sarei davvero riconoscente.
Senza voler tirare ulteriori siluri, ho passato una vita a supportare amici e conoscenti nelle loro avventure (soprattutto musicali). Non perchè sapevo sarei arrivato al punto di dover chiedere qualcosa indietro, ma perchè è una delle robe in cui credo di più. Spero, per una volta, di non uscirne disilluso.

Ah, dimenticavo.
Al momento il mio libro si intitola “Fottuti pirati” perchè è quello di cui parla ed è così che ho chiamato il progetto dentro il mio One Drive. Dopo mesi a sbatterci la testa, quel titolo per me adesso è l’unico immaginabile, ma non sono per nulla sicuro rimarrà tale.


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Ops… I’ve Spento, again.

L’altro giorno Marco Vez ha mandato una newsletter in cui metteva in fila i pezzi di Dude Ranch.
Non era manco una classifica inaccettabile in toto, ma ho comunque sentito il dovere di fare il matto e mandargli quella giusta.
I know, I’m pathetic.

Grazie mille a Spento per l’ospitalità e la condiscendenza. Iscrivetevi alla newsletter, che quando ci scrivono loro é un piacere da leggere.

Dude Ranch ma è il controranking di Manq by Marco Vezzaro

La musica unisce. Le classifiche no.

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