Il women-only moshpit
Diocristo.
NO! Fermi tutti, qui non è lo spazio per le battute tranchant che indispongono le persone migliori (di me), qui vorrei provare a fare un ragionamento.
Partiamo quindi col dare un contesto: qualche giorno fa ad un concerto dei Sex Pistols è stato chiamato dal palco un ladies moshpit, ovvero un momento in cui solo le ragazze potessero buttarsi nel pogo. Poi è successo che un tipo ci si è infilato in mezzo comunque e Frank Carter (che è il cantante dei Sex Pistols, a differenza di quanto potrebbe pensare Johnny Rotten) se l’è sbranato vivo (ref.).
Andiamo per gradi. E’ un problema per me che ai concerti ci sia un momento dedicato alle ragazze in cui si cede loro il centro della scena? Ovviamente no.
E’ piuttosto superficiale e comodo però fermarsi lì e sostenere che il punto sia quello.
Il moshpit, o pogo se siete anziani come me, è un modo di vivere i concerti in cui ci si butta gli uni contro gli altri in maniera “violenta”*. A vent’anni per me era l’unico modo di vivere il concerto, ma poi ho facilmente realizzato che non è così e oggi che ne ho 45 io di finire nel pogo non ne ho mezza e i concerti me li guardo bello fermo fuori dal pit. Fino a che ci sono stato dentro però, ho sempre convissuto con le regole base della situazione, che sono:
1) Niente gomiti alti o atteggiamenti volti a fare intenzionalmente male.
2) Se qualcuno cade o è in difficoltà, lo si aiuta.
In virtù di queste regole non scritte, ma largamente applicate, nei pit che ho frequentato io le ragazze che avevano voglia di pogare ci sono sempre state. Forse, anzi sicuramente, dipende anche dal fatto che ho sempre frequentato una scena particolarmente inclusiva nei fatti, più che a parole. Probabilmente ai concerti metal per giovani fascisti la situazione era diversa, ma dubito questo nuovo trend possa risolvere il problema ai concerti metal per giovani fascisti, quindi starei in topic. La mia premessa indica che TUTTE le ragazze che volevano pogare, effettivamente pogassero? No. C’era chi provava e trovava la cosa troppo estrema per lei, chi neanche provava perchè aveva paura (visto da fuori il pogo fa legittimamente paura anche ai maschi, all’inizio. A me sicuramente.). Pogare o meno è sempre stata una scelta, non c’è mai stato gatekeeping o selezione all’ingresso.
Aggiungo che, sempre nella mia esperienza, non ho mai visto nascere dal basso situazioni che andassero nella direzione proposta da Frank Carter. A qualsiasi concerto oltre al pit fronte palco nascono situazioni di piccoli pit satellite. Non lo so, nella mia testa se le ragazze volessero uno spazio per pogare tra loro, avrebbero provato a crearselo. E magari lo hanno fatto e lo fanno tutt’ora, senza bisogno che qualcuno dal palco gli dica come e quando.
Perchè se si va un po’ più in profondità di questa cosa siamo sempre dalle parti di un uomo che dice alle ragazze quando e se possono pogare. Non mi sembra una grande conquista. Se deve esserci “libertà totale” delle ragazze ai concerti, potranno anche scegliere su quale pezzo dare di matto o glielo dobbiamo dire noi? Come la gestiamo? L’unico VERO passo che vedo in una direzione di accessibilità vera del diritto di moshpit (diocristo) sono concerti ladies only. Se mi parlate di quello posso starci, nel senso che vedo la logica, altrimenti per me è una buffonata fatta solo per darsi la posa da paladino dei diritti a costo e impatto zero.
Il moshpit ladies only è un ghetto, non è inclusione. E questo è il primo concetto che volevo passasse con il mio pezzo.
Adesso apro ancora un po’ il tiro del discorso. Quando tratto questi argomenti, si finisce subito a tirare fuori il concetto di privilegio, che però è un concetto che spesso si trova proprio sul confine tra il cherry picking e il benaltrismo. Spiego. Io sono un maschio, bianco, etero. Ok. L’elemento che di solito manca dal quadro di definizione è ricco. E manca non perchè ci sia una qualche remora nel definire privilegiati i ricchi, ma perchè collocarci a livello economico ci forza a prendere in esame la questione “contesto”. Su scala globale, il mio privilegio è perfettamente sovrapponibile a quello di una qualsiasi donna bianca etero. Nel contesto italiano ovviamente no, ma guardando dentro questo sottoinsieme una donna bianca etero ricca ha sicuramente più privilegi di quanti ne abbia io che sono maschio, ma faccio parte della working class. Tutto questo preambolo non è per dire che, quindi, il privilegio non esista. E’ per dire che il fatto che le donne in Italia abbiano un indiscutibile gap rispetto agli uomini non implica che questo gap sia presente e rivendicabile in ogni contesto, come ad esempio all’interno dei concerti punk. Anzi, l’idea di base di dover pretendere parificazione di trattamento in ogni contesto a prescindere da quali siano le ragioni della disparità rischia di assumere le connotazioni del capriccio. Che, paradossalmente o forse no, è il comportamento che hanno gli esseri umani privilegiati per definizione: i bambini. Persone che godono di talmente tanti benefici, da pensare che tutto sia loro dovuto al punto di fare scenate quando qualcosa viene loro negato. Senza fermarsi a riflettere su quando quell’impedimento sia effettivamente legato alla volontà di qualcuno e non, semplicemente, ad un limite contestuale.
Per questo il women-only mosh pit non è manco per il cazzo accomunabile alle quote rosa della politica.
Il meccanismo è il medesimo, ma nel secondo caso serve a forzare un sistema scientemente iniquo e disparitario, nel primo no. Il pogo per sole donne è molto più simile ad un campionato di basket per persone sotto il metro e sessanta. Nessuno vieta a quelli bassi di giocare a basket, ma nessuno andrebbe al campetto a lamentarsi o pretendere che quelli alti gli lascino spazio. Perchè, mi sembra lunare doverlo precisare, avere accesso alla rappresentanza politica ha un peso completamente diverso dal poter pogare con la certezza di non essere più gracili degli altri.
Respiro, che mi sto innervosendo.
Credo di aver concluso la parte di mansplaining, ora mi dedico al punksplaining (termine di cui rivendico la paternità in tempi non sospetti e che di massima riassume tutti quegli atteggiamenti che altrimenti ci troveremmo a definire come “Manuel Agnelli”).
Sul finire degli anni novanta mi piaceva andare ai concerti delle Pornoriviste. Con il mio amico Max ancora ridiamo pensando ad una scena successa al Rainbow di Milano, quando durante il pezzo “Cosa Facciamo?“** il gruppo si era incazzato per le persone che salivano sul palco. Ok.
Il tipo che durante il women-only moshpit si è infilato in mezzo è con ogni probabilità un coglione, ma possiamo dire che se c’è un concetto punk è la disobbedienza? Essere punk non vuole necessariamente dire comportarsi da stronzi, ma io ci vorrei parlare prima di decidere che è un cretino solo perchè dal palco la figura più di potere dentro la stanza si è sentita di umiliarlo. Sulla base del fatto che non si è uniformato obbedendo ai suoi ordini, oltretutto. E’ un coglione, ma perchè è entrato comunque nel pogo?
Perchè odia le donne e voleva dimostrarlo? Ok, è un cretino.
Perchè voleva toccare qualche culo? Sempre cretino.
Perchè ha pensato esattamente tutte le cose che ho scritto sopra e deciso di non allinearsi? Ancora cretino se volete, no problem, ma dove cazzo deve sentirsi in diritto di manifestare dissenso se non è più tollerabile manco ai concerti dei cazzo di Sex Pistols?
Io, per il carattere che ho, probabilmente non lo avrei mai fatto. Me ne sarei stato per i cazzi miei e, al massimo, sarei venuto a casa a blaterare sul mio blog. Perchè io sono quello che si incazza e non dorme, ma poi tutte le storture che vede nel mondo e che la società gli chiede di accettare le affronta abbassando la testa, provando a schivare e cercando di fare il meglio per se stesso. Io non sono punk, ecco. Ma se ne dovessi indicare uno tra Frank Carter e il coglione di cui sopra, forse indicherei il secondo.
Ultimo blocco, giuro.
C’è un tema che vedo sempre più spesso affiorare trasversalmente da diversi ambiti ed è quello dell’inclusione. E’ una roba che avrò scritto diverse volte, quindi magari mi sto ripetendo (scusate), ma una società inclusiva non è un posto dove tutti hanno accesso a tutto, indiscriminatamente. Quella è utopia e, volendo, se proprio dobbiamo sognare ce ne sarebbero di più radicali da scegliere. Una società inclusiva è un posto dove tutti possono fare tutto, ma non necessariamente insieme, simultaneamente o in barba alle differenze individuali che esistono e non si possono/devono cancellare.
Se un ristorante sceglie di non accettare i bambini, gli animali o i neri in una via con altri 10 ristoranti in cui queste categorie possono entrare e mangiare senza problemi non c’è un problema di discriminazione. C’è una scelta di mercato e selezione della clientela che può non piacerci, ma che abbiamo facoltà di osteggiare andando altrove. E’ lo stesso principio del ristorante che mette una carbonara a 40 euro, tra l’altro. Non sta apertamente dicendo “i poveri non possono entrare”, ma quello è e nessuno di noi si sognerebbe di trovare la cosa discriminatoria. Anzi, siamo alla follia per cui è diventato un plus, ma non voglio divagare più di quanto stia già facendo.
La discriminazione c’è quando lo Stato legifera che nessun ristorante deve accettare bambini, animali o neri.
Dobbiamo fare pace con questa differenza sostanziale, a mio avviso.
* Se mai Il Post volesse altri contenuti spiegati bene, può scrivermi.
** Se non aprite il link e non conoscete il pezzo devo spiegare: il ritornello urla “Noi facciamo quel cazzo che vogliamo!”.
EDIT: il tipo dei Pistols è Frank Carter, non Turner. Mi sono sconfuso.
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